LA FALANGE MACEDONE

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A cura di Simmachia Ellenon a.s.c.

STORIA

La falange macedone era una formazione da battaglia ideata per la fanteria dal re macedone Filippo II poco dopo la sua ascesa al trono (nel 360-359 a.C.) e aveva come modello la falange oplitica greca; la differenza sostanziale consisteva nella sua struttura ed equipaggiamento.

La falange greca era una formazione basata su cittadini (e mercenari) costituita da soldati armati di lancia, scudo argivo[1], armatura, elmo, schinieri e spada. Ciò implicava un certo livello economico che si poteva trovare nelle città commerciali della Grecia ma che era più raro nella montagnosa e pastorale Macedonia; in età classica, infatti, la Macedonia combatteva con soldati armati alla greca e per questo non aveva grande influenza[2].

Filippo capì che doveva rendere l’equipaggiamento più economico ma al contempo ancora più efficace. Trovò la soluzione nell’armare i suoi falangiti (pezhetairoi o “compagni a piedi”) con una lancia, o sarissa, di 5,5-6 metri (rispetto ai 2,5-3 dei Greci), da impugnare con entrambe le mani[3].
Oltre alla sarissa i guerrieri avevano un piccolo scudo rotondo, con un diametro di appena 60 cm, legato al braccio sinistro e al collo, oltre a elmo e schinieri; con un tale equipaggiamento e con una densità pari alle falangi oplitiche questo nuovo tipo di reparto si dimostrò micidiale.
Infatti, una falange simile, pur essendo più leggera, era comunque più efficace in quanto i falangiti tenevano a distanza il nemico con le loro sarisse (fino a 4-5 ranghi potevano toccare il nemico) formando una selva impenetrabile, mentre i ranghi arretrati tenevano le sarisse inclinate con angolazioni sempre maggiori e muovendole deviavano i proiettili lanciati contro questi fanti, che non sempre avevano l’armatura[4] (in principio era indossata solo i più ricchi e da quelli in prima linea). Nel caso di corpo a corpo ravvicinato i soldati potevano ricorrere alla spada, che portavano al fianco. La falange macedone dimostrò la sua terribile efficacia durante la conquista della Grecia, della Persia e successivamente contro i Romani.

STRUTTURA

L’unita di base è il lochos da 8, 10, 12 o 16 uomini, ma quest’ultima è la più comune in quanto multipla di 8 e facilmente modulabile permettendo sdoppiamenti di fronte[5]; il suo comandante è il protostates o eghemon.
Due lochoi, o moire, formano una dimoira da 32 uomini, guidati da un dilochites; due dimoire, o dilochoi, formano una tetrarchia da 64 uomini (quattro lochoi da 16 uomini) comandati da un tetrarches o exarchos. Due tetrarchie formano una taxis da 128 uomini con un taxiarches e due di queste formano una syntagma da 256 uomini con un syntagmatarches (Fig. 1); è questa l’unità operativa di base in quanto è dotata di stendardiere, trombettiere e comandante operativo (syntagmatarca) e rappresenta un’arma dalla potenza devastante[6].
Una syntagma è un quadrato di 16 sarisse frontali per 16 di profondità (in totale 256) che crea un muro impenetrabile; in tutto il mondo antico nessuna truppa riuscì mai a sfondare una falange macedone ben addestrata, neanche i legionari romani.
Una tale struttura prevedeva il posizionamento di truppe di élite che proteggessero i fianchi della falange, mentre questa sfondava frontalmente. Questi reparti erano modulari e quindi un quadrato di 16 x 16 poteva diventare anche 8 x 32, ad esempio, proprio come fece Filippo V a Cinoscefale: “..ordinò ai peltasti e ai falangiti di raddoppiare la profondità della schieramento e di serrare a destra.”[7].
Una pratica curiosa dei falangiti consisteva nel tenere le sarisse diritte in alto quando ci si arrendeva o si voleva passare al nemico, per mostrare le proprie intenzioni pacifiche, peccato che i Romani a Cinoscefale non lo sapevano e ne fecero strage[8]. Vediamo degli esempi sul campo.

Fig. 1: prospetto laterale di una syntagma; si osservano le prime 5 linee con la sarissa in attacco.

Fig. 1: prospetto laterale di una syntagma; si osservano le prime 5 linee con la sarissa in attacco

Fig. 2: falange macedone ricostruita dalla nostra associazione, Simmachia Ellenon a.s.c.

EFFICACIA IN BATTAGLIA

Cheronea (338 a.C.) [9]
Con la battaglia di Cheronea, in Beozia, Filippo II conquistò la supremazia sulle città-stato greche e vi riuscì combinando la cavalleria macedone, notoriamente efficace, con la falange da lui modificata che mostrò al mondo la sua potenza. Sullo svolgimento della battaglia abbiamo pochissimi indizi (citati principalmente di Diodoro) ma Polieno[10] ci fornisce informazioni su uno stratagemma di Filippo: questi comandava il fianco destro (Alessandro il sinistro) e attirò l’attacco degli ateniesi che aveva di fronte fingendo una ritirata. Fece arretrare la falange senza cambio di fronte e mantenendo alta la protezione dei piccoli scudi che avevano al braccio, facendo ciò riuscì a scompaginare la falange greca e a romperne la formazione[11].

Gaugamela (1/10/331 a.C.) [12]
A Gaugamela Alessandro schierò al centro della fanteria sei taxeis[13] di falangiti con una doppia falange che avrebbe invertito il fronte in caso di aggiramento. I falangiti ricevettero l’ordine di allargare i ranghi all’arrivo dei carri falcati persiani, così questi passarono (spinti dalla propria velocità) attraverso le linee senza riuscire a deviare troppo la traiettoria e furono tutti distrutti[14], poi i fanti si ricompattarono e assorbirono l’urto della fanteria persiana, spingendola fino alla posizione di Dario III: “…non appena la falange macedone a ranghi serrati e irta per le sarisse si gettò su di loro e tutta la situazione parve terribile a Dario…”.

Rafia (217 a.C.) [15]
Nella battaglia di Rafia troviamo due esempi della trasformazione dell’esercito macedone in esercito “armato” alla macedone.
Dopo la dissoluzione dell’impero alessandrino, i suoi comandanti e i loro eredi si disputarono il potere.
Il regno Seleucide che dominava l’Asia, e quello Tolemaico in Egitto, si combatterono per la Coele-Syria, ovvero Palestina, Israele e Libano; oramai le armate erano composte in gran parte da indigeni per i fianchi e da Greci o Macedoni emigrati nelle città di nuova fondazione per la falange[16].
Sui 62.000 fanti seleucidi del re Antioco III ben 30.000 erano falangiti, di cui 20.000 nella falange principale e 10.000 negli Argyraspeides, o Argiraspidi che significa scudi argentei[17], il corpo scelto formato dagli eredi degli Ipaspisti di Alessandro[18], mentre i 20.000 erano reclutati da varie zone del regno tra i Kleroukoi.
Tolemeo IV d’Egitto, invece, aveva ben 70.000 fanti[19] di cui 25.000 falangiti greci e macedoni, 3.000 falangiti libici e 20.000 falangiti egizi (primo caso tolemaico di utilizzo indigeno per la guerra, il quale porterà subito dopo a una rivolta della neonata coscienza nazionale egizia).
Durante la battaglia Antioco scacciò l’ala sinistra tolemaica e perse la propria; in questa situazione le falangi centrali si trovarono entrambe con i fianchi scoperti, però da parte egizia Tolemeo riuscì a rientrare tra la propria fanteria e la guidò all’attacco e alla vittoria: “Le falangi, private di entrambe le ali, restavano in mezzo alla pianura senza venire a contatto, con incerte speranze sul futuro. In quel momento Antioco stava difendendo il vantaggio della sua ala destra; Tolemeo, invece, si era ritirato dietro alla falange, e, quando vi fu passato in mezzo e apparve alle truppe, atterrì i nemici, mentre nei suoi infuse grande ardore e coraggio; gli uomini di Andromaco e Sosibio, perciò, abbassarono subito le sarisse e andarono all’attacco. I soldati scelti siriani resistettero per un po’, mentre gli uomini di Nicarco ripiegarono subito e si ritirarono.”[20]

In questi passi è individuabile un nuovo tipo di truppa delle falangi armate alla macedone: gli Argiraspidi, un grande reparto (10.000 uomini, numero costante in tutte le campagne) d’élite che occupa il lato destro della falange principale e che trova corrispettivi negli eserciti delle altre grandi potenze ellenistiche nate dall’impero di Alessandro. Per esempio la Macedonia ha i Chalkaspeides o scudi di bronzo (utilizzati anche dai Seleucidi assieme ai Chrysaspeides o scudi d’oro) e i Leoukaspeides o scudi bianchi. Il colore dello scudo denotava il livello di preparazione e di valore, in altre parole la “potenza” del reparto.

CONCLUSIONI

Come abbiamo visto l’armamento macedone per la fanteria costituì un’innovazione potentissima per l’arte militare ellenica che, unita alla cavalleria pesante macedone, permise ai Greci di arrivare fino all’Indo; un armamento di questo tipo dimostrò come una massa bene addestrata di uomini, anche se con poche risorse, potesse non solo tenere testa a nemici molto più ricchi e potenti, ma addirittura come potesse sconfiggerli. Alla luce di questo veloce sguardo sull’armamento e sull’utilizzo della falange macedone possiamo concludere con le parole di Polibio sulla battaglia di Cinoscefale (197 a.C.) contro i Romani: “Tito, vedendo che i suoi non riuscivano a sostenere l’assalto della falange e che anzi l’ala sinistra era schiacciata, molti erano già morti e molti si ritiravano indietreggiando, e che ormai le speranze di salvezza erano rimaste nell’ala destra, si portò rapidamente su questo lato.”[21] e ancora Plutarco per Pidna (168 a.C.), sempre contro i Romani: “Non appena i nemici attaccarono, Emilio, che era sul campo di battaglia, si rese conto che i Macedoni delle truppe scelte avevano infisso la punta delle sarisse negli scudi dei Romani, i quali, pertanto, non riuscivano a colpire il nemico con le spade. Poi vide che anche gli altri Macedoni preparavano gli scudi facendoli scivolare dalle spalle, inclinavano le sarisse ad un segnale convenuto e tenevano a bada i Romani con i loro scudi oblunghi. Emilio, in quel momento, constatò quanto fosse compatto il fronte formato dagli scudi serrati gli uni agli altri e dalle punte delle sarisse in posizione di guardia. Davanti ad uno spettacolo così terrificante e di cui non aveva mai visto l’eguale cadde in preda al panico. Anche in seguito gli accadde più di una volta di provare di nuovo il senso di paura che la vista di quello spettacolo gli aveva causato.”[22]

Come ci dicono queste ultime righe la falange macedone era uno spettacolo di pura precisione e potenza[23], una macchina da sfondamento capace di mettere in crisi anche le legioni romane e il cui unico punto debole era la ridottissima flessibilità di manovra, peccato che questo fosse proprio il punto forte delle legioni.

Dott. Andrea VIOLANTE FALZACAPPA
Commissione di RICERCA STORICA Simmachìa Ellenon
14 Settembre 2016


1 O hoplon, uno scudo rotondo con un diametro variabile dai 90 ai 120 cm.
2 TUCIDIDE, I, 61.
3 La sarissa, ARRIANO; Taktika, 3.
4 Non è chiara la presenza o meno dell’armatura; da un passo di Polieno (IV, 7, 10) non ne risulta la presenza: “Filippo esercitava i Macedoni ai pericoli, ordinando che spesso viaggiassero in armi per trecento stadi, portando contemporaneamente elmi, scudi, schinieri, lance e, insieme alle armi, una scorta di viveri e il bagaglio indispensabile per la vita quotidiana.
5 ARRIANO; Taktika, 5, 5. Tutta la struttura macedone si basa su multipli di 8.
6 Id., 10.
7 POLIBIO, XVIII, 24, 8.
8 POLIBIO, XVIII, 26, 9-10: “…i nemici tenevano in alto le sarisse, secondo l’usanza dei Macedoni quando vogliono arrendersi o passare dalla parte avversaria”; TITO LIVIO, XXXIII, 1, 3-5.
9 DIODORO, XVI, 84-88.
10 POLIENO, IV,2,2.
11 Contando sull’addestramento alle fatiche dei suoi uomini fece durare più a lungo lo scontro per sopraffare meglio gli ateniesi e i tebani: POLIENO, IV,2, 7.
12 ARRIANO, Anabasi, III, 11-15.
13 Benché il termine TAXIS usato da Arriano nella sua Anabasi (III, 11, 9), sembri non corrispondere al valore usato nel Taktika, ovvero 128 uomini, il che significherebbe solo 1536 falangiti per il centro macedone su un totale di 40.000 fanti.
14 ARRIANO, Anabasi, III, 13, 6.
15 POLIBIO, V, 79, 2 ss.
16 Se diventavano soldati di professione ottenevano il titolo di kleroukoi, ovvero proprietari terrieri di un kleros, con vaste rendite in tempo di pace ma che in caso di guerra dovevano combattere stipendiati dal re. Era un ottimo modo per avere un esercito sempre pronto ma non doverne pagare il mantenimento.
17 POLIBIO, V, 42, 4: “Sotto Teodoto etolo, che era quello che aveva tradito Tolemeo, vi erano diecimila uomini, scelti da tutto il regno e armati alla maniera macedone, la maggior parte dei quali erano argiraspidi”.
18 All’epoca di Alessandro sembra avessero un equipaggiamento di tipo oplitico e fossero in numero di 3.000 e il loro comandante era proprio Seleuco, fondatore della dinastia Seleucide. In seguito furono armati alla macedone e divennero 10.000 in ricordo degli Immortali persiani (o Amrtaka).
19 POLIBIO, V, 65, 2 ss.
20 POLIBIO, V, 65, 6-10.
21 POLIBIO, XVIII, 25, 4. TITO LIVIO, XXXIII, 9, 1 ss.
22 PLUTARCO, Emilio, 19, 1-2.
23 APPIANO, Siriaco, XIX, 84.

BIBLIOGRAFIA

FONTI
Appiano, Le livre syriaque, trad. & ed. da Paul Gourowsky, Paris, Les Belles Lettres, 2007.
Diodoro Siculo, Biblioteca storica, a cura di Anna Simonetti Agostinetti, Rusconi, Milano, 1988.
Flavio Arriano, L’anabasi di Alessandro, a cura di Dino Ambaglio, 2 vol., Bur, Milano, 4 ed. 2007.
Id., TECNE TAKTIKA (= Tactical handbook) ; and EKTAXIS KATA ALANON (= The expedition against the Alans), trad. & ed. da James G. De Voro, Ares Publishers, Chicago, 1993.
Plutarco, Emilio, a cura di Maria Luisa Amerio, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1991.
Polibio, Storie, a cura di Roberto Nicolai, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 1998.
Polieno, Gli stratagemmi di Polieno, introduzione, traduzione e note critiche di Elisabetta Bianco, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1997.
Tito Livio, Ab urbe condita, libri 33, 35, 37-38, testo latino e versione a cura di Carlo Vitali, Zanichelli, Bologna, 1981.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, testo, traduzione e commento con saggio introduttivo a cura di Ugo Fantasia, Pisa, ETS, 2003.

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